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Storie

L’emozione della missione: Mariella

Mariella, ci racconti come ti sei avvicinata al mondo della cooperazione internazionale e del terzo settore?

Al termine dei miei studi superiori in Sardegna, mi sono trasferita a Forlì per continuare la mia formazione. Sono sempre stata interessata a ciò che accadeva nel panorama internazionale e ho scelto così di frequentare il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Durante gli ultimi anni del mio percorso universitario mi sono specializzata nel tema dei diritti umani, discutendo una tesi sulla diversa reazione della comunità internazionale rispetto ai casi del Kossovo e della Cecenia.
Successivamente, mi sono trasferita a Roma per frequentare un master in Tutela internazionale dei diritti umani, svolgendo un periodo di stage presso il Ministero degli Affari Esteri. Durante questa esperienza mi sono avvicinata al mondo delle Organizzazioni Non Governative e vedendone l’operato il mio interesse per il mondo del terzo settore è diventato più forte.
In seguito, ho conseguito un altro master in Project Manager della cooperazione internazionale e durante l’esperienza di stage sono entrata in contatto con Salute e Sviluppo, dove – dopo una parentesi professionale in Spagna – ho iniziato a lavorare stabilmente.

Di cosa ti occupi a Salute e Sviluppo?

Mi sono fin da subito occupata di progettazione e gestione dei progetti, dal 2013 mi occupo anche dell’amministrazione generale di SeS.

Cosa ti è piaciuto di Salute e Sviluppo come organizzazione?

Salute e Sviluppo mi è piaciuta subito sia per l’ambiente lavorativo stimolante e socievole nell’ufficio a Roma, sia per la tipologia di progetti.. sono continuativi nel tempo.
Spesso, una volta ultimato un progetto, manca un controllo successivo sul territorio. La sostenibilità nel tempo dei progetti di Salute e Sviluppo è invece garantita dal fatto che si avvale del supporto e affiancamento dei Camilliani nei vari paesi d’intervento, che – a prescindere dalla durata del progetto – saranno sempre presenti sul territorio per la loro missione, ovvero il sostegno sanitario alle fasce più vulnerabili della popolazione. Con SeS riusciamo a migliorare i loro servizi ospedalieri o costruirne dei nuovi.
Inoltre, apprezzo fortemente lo scambio multiculturale e inter-religioso. Ho osservato durante le missioni come al fianco dei missionari lavorino persone che spesso professano una religione differente. Vi è molto rispetto e stima reciproca, oltre che piena collaborazione.

Cosa ti ha spinta a scegliere di partire per le varie missioni?

Come detto prima, la mia passione per il terzo settore nasce durante il mio percorso universitario, dove mi sono avvicinata a materie che si occupavano di diritti umani. Il passaggio poi è stato naturale: dopo essermi occupata di difesa dei diritti umani, di burocrazia ministeriale, ho capito che avevo bisogno di qualcosa di più. Sentivo l’esigenza di vedere concretamente il lavoro sul campo, conoscere i beneficiari, vedere l’attivazione dei servizi. Posso sintetizzare che i miei occhi avevano bisogno di vedere realizzato ciò che progettavo sulla carta.

Cosa ti emoziona del tuo lavoro?

Mi emoziona vedere il nascere e il concludersi di qualcosa: poter partire in loco e vedere uno spazio in cui non vi è nulla… ritornarci e poterne osservare la trasformazione. Ad esempio, in una delle mie prime missioni, in Benin, mi sono emozionata vedendo – dopo più di un anno dall’inizio del progetto – come un terreno arido e isolato si fosse trasformato in un ospedale.. come funzionasse correttamente e fosse diventato anche centro di aggregazione.
E’ stupendo riscontrare come i progetti di Salute e Sviluppo, grandi o piccoli che siano, impattino concretamente sulla vita dei beneficiari, trasformandola e migliorandola.

Parti per Paesi in cui le condizioni che trovi non sono delle più facili.. E’ faticoso per te?

Sicuramente occorre avere un grande spirito di adattamento. Serve sia per le condizioni di vita quotidiana, sia per le situazioni di solitudine che talvolta bisogna affrontare.
Mi spiego meglio.. quando si parte in missione non si trascorre la maggior parte del tempo in una grande città, dove si ha modo di incontrare cooperanti o persone che svolgono lavori in diversi settori provenienti da Paesi di tutto il mondo. La permanenza nella capitale dura di solito solo qualche giorno. È un momento di passaggio prima di immergermi a 360 gradi nel vero contesto locale.
I nostri progetti si trovano soprattutto nelle aree più fragili e isolate di un Paese.. di conseguenza ci si ritrova in villaggi in cui difficilmente vi sono altri “espatriati” e/o non vi è la sicurezza per poter uscire da soli.

Qual è l’aspetto che ti piace delle missioni?

Senza dubbio l’incontro con la popolazione locale. Nelle grandi città sono abituati all’arrivo e alla presenza di personale straniero, vi è più movimento. Nei piccoli villaggi, che non hanno relazioni con l’esterno, le persone sono accoglienti, gioiose. i bambini sono curiosi, ospitali, vogliono toccarti, chiacchierare e giocare con te.. tutti si salutano, ma soprattutto si sente un forte spirito di comunità in cui tutti si conoscono. È veramente sorprendente sentire questo calore umano.

Qual è il Paese in cui hai trovato difficoltà?

Credo la Repubblica Centroafricana. È uno dei Paesi più poveri al mondo, in cui la difficoltà principale è la mancanza di mezzi per poter lavorare, ma è anche il Paese che più mi è rimasto nel cuore.
Mentre in Burkina Faso oggi vi è un grosso problema di sicurezza. Rispetto alle mie prime missioni, dal 2010 ad oggi ho visto un notevole cambiamento nel Paese: da veramente tranquillo a piuttosto pericoloso per via degli attentati terroristici che dal 2016 colpiscono talvolta la capitale e soprattutto la zona nord ed est della nazione.

Per quanto riguarda gli altri continenti?

Ho svolto missioni in Perù e in Vietnam.
In entrambi i casi mi ha impressionato la stretta convivenza tra standard di vita elevati e la povertà anche più evidente rispetto ad alcuni Paesi dell’Africa. Ad esempio, a Lima, in Perù, questa diversità risalta in maniera prepotente: da un angolo all’altro dello stesso quartiere lo scenario che si incontra cambia completamente.
Anche l’esperienza in Vietnam è stata forte: si passa da metropoli sviluppate e turistiche come Hoc Chi Minh a villaggi nel sud del Paese in cui la povertà è estremamente elevata.

 

 

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Il Kenya attraverso gli occhi del Dott. Mauro Ferro

“Sono partito per poter essere utile” – Il Dottore Mauro Ferro, medico chirurgo generale di Torino, ci racconta cosa lo ha spinto a partire per svolgere un periodo di volontariato con Salute e Sviluppo presso l’Ospedale di Karungu in Kenya.

Un’ esperienza totalmente differente per chi,  come il nostro amico Mauro, soffre già un po’ di “mal d’Africa” ed è solito viaggiare per scoprire questo bellissimo continente da turista; questa volta infatti Mauro non veste i panni di un turista qualsiasi, Mauro è un chirurgo che desidera poter operare in un ospedale in Kenya ed avere così la possibilità di vivere direttamente sulla propria pelle tutte le contraddizioni, le sofferenze e le gioie quotidiane che lo legheranno indissolubilmente ai tracciati delle vite che opera, salva, conosce.

Un’esperienza totalmente positiva quella del Dott. Mauro, che sin da subito viene calorosamente accolto da tutta la popolazione locale – “Non vi era un solo paziente che non mi salutasse tutti i giorni in Ospedale!” – e che instaura ben presto un ottimo rapporto di reciproca fiducia e proficua collaborazione con tutti i suoi colleghi.

“Ma la situazione è ancora di estrema emergenza per quanto riguarda soprattutto i malati di HIV. Solo a Karungu avevamo circa 7000 pazienti in trattamento” – il Dott. Ferro ci racconta come sia indispensabile il nostro aiuto e come sia necessario ora più che mai “sensibilizzare la popolazione locale, per far sì che tutti siano coscienti dei rischi che si corrono nel giungere in Ospedale solo quando si è in condizioni disastrose.”

Condividiamo pienamente l’invito del Dott. Mauro a fare sempre di più per una popolazione che versa ancora in condizioni di estrema povertà e grande disinformazione, maggiori risorse ed aiuti sono necessari, ora più che mai.

E lo dobbiamo soprattutto ai bambini, le generazioni future, che sono la speranza di un reale cambiamento “Cosa, di questa esperienza, resterà con me per sempre? Gli sguardi dei bambini, quelli sono indelebili.”

E noi attraverso gli occhi e lo sguardo del Dott. Mauro abbiamo potuto rivivere un po’ della sua piccola grande esperienza, per questo motivo non possiamo che ringraziarlo, oltre che del suo preziosissimo aiuto presso l’Ospedale di Karungu, di averci raccontato, oggi, cosa ha vissuto #sullapropriapelle.

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      (Il Dott. Mauro mentre controlla l’archivio dei malati HIV in trattamento presso l’Ospedale di Karungu)

Esperienza ed emozioni della Pediatra Sonia Storelli

Una storia speciale. Quella che ci racconta Sonia Storelli, Specialista in Pediatria e Neonatologia presso il Consolata Hospital Nkubu (Kenya), riguardo le emozioni provate #sullasuapelle in Kenya.

E’ passato già qualche mese da quando sono tornata eppure suoni, profumi ed emozioni sono ancora realtà nel mio cuore. Scendo dalla Jeep e chiudo gli occhi, respiro…respiro a fondo e sento l’aria carica di umidità, l’odore della terra; apro gli occhi e ritrovo il cielo africano ed il verde delle piante di un intenso che non sembra vero. Il Consolata Hospital di Nkubu è stato la mia casa per due settimane… non è la mia prima esperienza in Africa ed ho imparato che non esiste una sola Africa ma tante realtà così diverse e così uguali… Eppure l’ospedale è tutto un brulicare di progetti di crescita e cambiamento in cui ognuno ha il suo ruolo ben definito… a guardarlo dall’esterno ti sembra quasi immobile ma i pazienti sono tanti ed il lavoro incessante…

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Due settimane sono poche e le ore passano rapidissime quando nel lavoro si mette dedizione ed impegno, quando per ogni medicazione o sguardo che incontri ti accorgi che una parte di te sta guarendo, perché quello che ricevi è sempre maggiore, in termini di soddisfazione e serenità, di quello che doni. Ho lavorato con il personale di Pediatria e dal primo momento mi sono sentita integrata, in un continuo scambio di informazioni e formazione…avevo tanto da imparare ed ho cercato di trasmettere quello che la mia esperienza di pediatra mi ha insegnato!!! La giornata era un alternarsi di visite tra i reparti di Neonatologia, Pediatria, ambulatorio degli esterni e gli incontri formativi che hanno coinvolto il personale medico, i clinical officer ed il personale infermieristico, oltre agli studenti della scuola di infermieri del Consolata Hospital di Nkubu.

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Continuo a lasciare pezzi del mio cuore sparsi per il mondo…grazie ad Umberto il motore perpetuo del progetto e perfetto padrone di casa, grazie a doctor Emelda che ha condiviso con me, quotidianamente, le decisioni cliniche e che continua a condividere le conoscenze anche a distanza, grazie a Moses e agli altri clinical officers e tutti quelli con cui ho lavorato. Un grazie speciale a Padre Efisio e a Salute e Sviluppo per il lavoro splendido che svolgono e per avermi offerto quest’opportunità che spero sia solo il principio per una lunga collaborazione …e grazie a tutti gli occhi che hanno incrociato i miei, ai sorrisi e alle lacrime e a tutte le “anime” che hanno accarezzato la mia anima arricchendola. See you.  

Sonia